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6 Dicembre Dic 2016 1630 3 months ago

Curiosando nell’Archivio Storico della Veneranda Fabbrica

La verità della “Deposizione” di Federico Barocci, le Lettere di Ventura Malzi al Capitolo

Indagando nell’Archivio Storico della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, che conserva documenti, cartigli e mandati dalla seconda metà del XIV secolo fino ad oggi, emergono ogni volta interessanti testimonianze e storie della vita di artisti e pittori che hanno intersecato la longeva realtà della Cattedrale, simbolo di Milano nel mondo e prezioso scrigno di arte e fede.

Durante alcune ricerche sulla pala di Sant’Ambrogio di Federico Barocci, unica tela rimasta nel Duomo di Milano dell’artista, sono sorte molteplici curiosità inerenti l’autore e le sue opere. Il dipinto milanese “S. Ambrogio e il perdono di Teodosio”, pieno di toccante intimità religiosa e penetranti ritratti, ricco di dettagli, è da porsi tra le opere di primo autentico Barocco, intendendo con queste parole il recupero di una pittoricità e umanità che il manierismo aveva oramai diradato in favore di finezze puramente mentali e freddezze accademiche.

La pala, situatasi tra le opere più tarde dell’Urbinate, rappresenta il punto più alto dell’evoluzione artistica del Barocci per la particolare articolazione dello spazio in profondità e disposizione libera e digradante dei personaggi nella scena, trattati perlopiù con una pittura vera e soave permeata di vita e di atmosfera.

Coeva alla pala di Sant’Ambrogio, è la “Deposizione” lasciata incompiuta dal Barocci, destinata all’altare di San Giovanni Buono nella Sacrestia Meridionale del Duomo di Milano, poi passata in mano a privati nel 1786 ed oggi conservata nella Pinacoteca di Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio.

Proprio a riguardo fra le carte dell’Archivio, moltissime lettere e mandati hanno permesso la curiosa ricostruzione delle vicende intorno il suo completamento. Infatti nel 1612 Barocci morì e fu un suo discepolo: Ventura Mazzi ad impegnarsi nel compito.

Il quadro, richiesto dalla Veneranda Fabbrica del Duomo già dal 1600 per l’altare di San Giovanni Buono, era incompiuto. Francesco Maria Cappuccino in una lettera del 9 settembre 1629 indirizzata al cardinale Federico Borromeo indicava proprio Ventura Mazzi per portarlo a termine, poiché “suo primo discepolo e a’ la sua maniera” (Valsecchi, p. 230). In un’altra lettera alla Veneranda Fabbrica del 19 aprile 1635 il Mazzi sosteneva che avrebbe potuto finire il quadro perché possedeva “la maniera del maestro, i disegni del medesimo per compire il quadro et il quadro piccolo che servirà per accomodare gli errori” e ribadisce più volte che avrebbe inviato un abbozzo dell’opera “conforme al grande, ma finito conforme al pensiero, et dissegni lasciati dal S.r. Baroccio” (Arslan, p. 35 n. 81; Sangiorgi, pp. 63 s.).

La lettera è un’importante prova del sistema adottato nella bottega di Barocci: i suoi allievi erano abituati a completare i suoi quadri o a realizzare delle copie o partendo da disegni originali del maestro che riproducevano i particolari o l’insieme, oppure utilizzando cartoni precedenti. Il Mazzi ebbe così l’incarico di ultimare la tela. Il 10 settembre 1635 ricevette un rimborso spese per aver fatto visionare l’anno prima il quadro incompleto di Barocci alla Fabbrica del Duomo: “Il Capitolo ha ordinato doverglisi dare per il viaggio di ritornare al suo paese essendo venuto l’anno passato ad accompagnare costì l’ancona principiata dal q. Federico Baroccio pittore per l’altare di S. Giovanni Bono” (Arslan, p. 107 n. 233).